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Giovedì 27 Maggio 2010 14:52

46 – IL VILLAGGIO OLIMPICO

Scritto da  Guido del Cornò
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villaggio olimpico46 – IL VILLAGGIO OLIMPICO

  Il Villaggio Olimpico fu costruito negli anni ‘58 – 59 per alloggiare gli atleti olimpici, su progetto redatto da mostri sacri quali gli architetti Vittorio Cafiero, Adalberto Libera, Amedeo Luccichenti, Vincenzo Monaco, e, dulcis in fundo, il grande Luigi Moretti. Le firme autorevoli ed il tema  sui generis hanno rivestito di leggenda un’organismo ricco di pulsazioni irrisolte: addirittura, riconosciuto come uno dei migliori quartieri di edilizia pubblica realizzati a Roma, il progetto del Villaggio Olimpico, vince nel 1961 il premio regionale IN/ARCH.

 

Il Committente, l’INCIS (Istituto Nazionale per le Case degli Impiegati dello Stato), ha successivamente gestito la destinazione degli immobili all’interno dei programmi di Edilizia Economica e Popolare. Le 148 abitazioni furono poi riscattate nel 1985 dagli assegnatari, divenendo definitivamente di proprietà privata. Possiamo definire comunque il Villaggio Olimpico di Roma quale un’Architettura pedissequamente in linea con i dettami delle più grandi invenzioni dell’epoca nel campo dell’edilizia economica, sulla scia dei suggerimenti contenuti nella Unité d'Habitation di Marseille, realizzata da Lecorbusier nel lontano 1946:
  questa non era un “mostro di bellezza”, ma sicuramente era il “manifesto” delle più originali teorie urbanistiche ed architettoniche della ricostruzione; idee allora – nel 1946, cioè nell’immediato dopo guerra – rivoluzionarie e all’avanguardia, ma ormai obsolete nel 1958 ben dodici anni dopo, anche perché le idee espresse dall’Architettura Razionalista di Lecorbusier non hanno subito la dovuta evoluzione della specie nelle direzioni già insite nelle proposte dell’Architettura Razionalista, da questa suggerite e non solo in embrione. 
  UNITA' DI ABITAZIONE MARSIGLIAVediamo quali erano tali intuizioni rivoluzionarie.
   1) nell’Unità di Abitazione di Marsiglia i 337 appartamenti, con semplice finzione di facciata, appaiono essere stati costruiti in serie e poi assemblati, a testimoniare l’idea di una casa intesa quale una “macchina per abitare”, (adeguandosi al periodo storico rivoluzionato dalla meccanizzazione e dalla proliferazione delle macchine), nella quale possono abitarvi fino a 1500 persone, un piccolo quartiere; tali concetti, (l’assemblabilità e la trasformabilità, quindi una potenziale produzione in serie) non vengono in alcun modo sviluppati, anzi nel Villaggio Olimpico vengono solo “copiati” in una versione ancora soltanto di facciata.
  2) l’adozione nell’attacco a terra di un piano pilotis a Marsiglia suggeriva, nella discontinuità con il terreno, la continuità con funzioni sociali o commerciali, con percorsi attrezzati; nel Villaggio Olimpico rimane la mera discontinuità con il terreno, lasciando ad un facile processo di degrado questi spazi pubblici non utilizzati, (se addirittura non al rischio di aggressioni ed azioni malavitose negli ampi spazi senza limiti ottici).
   3) A Marsiglia l’arretramento dei pilastri rispetto al filo dei solai consente uno sviluppo della facciata indipendente dal resto dell’appartamento e da ritmi strutturali, e permette l’utilizzo di finestrature a nastro, capaci di scorrere a piacere lungo la parete, e di fornire un’illuminazione personalizzata; nel Villaggio Olimpico invece, nonostante tale arretramento, il prospetto è ritmato in una sequenza a ripetizione che può ripetersi per chilometri senza soluzioni di continuità.
  4) Al settimo e ottavo piano, la cosa forse più rivoluzionaria a Marsiglia, sono presenti una parte di servizi urbani essenziali (asilo-nido, negozi, lavanderia, ristorante, ecc.), in modo da eliminare il salto dimensionale tra il singolo edificio e la città: il primo viene proposto come semplice sottomultiplo della seconda. Il lastrico solare è trattato come un naturalistico Roof Garden (giardino tra le terrazze), rifinendo nel verde il paesaggio dello Sky-line (linea del cielo) del manufatto oggetto dell’intervento umano. Tutto ciò tende a ridurre ai minimi termini la  distinzione tra urbanistica e architettura, tra città ed edificio, con un sistema di relazioni che, partendo dalla singola unità abitativa, intesa come cellula di un insieme, si estende via via all'edificio, al quartiere, alla città, all'intero ambiente costruito.  A Roma, invece, siamo di fronte ad un piatto lastrico solare, che non è “portatore di servizi urbani”, e la cui unica funzione è coprire il fabbricato. In realtà con il Villaggio di Roma siamo quindi ben lontani dalla concretizzazione di quanto proclamato nel “manifesto razionalista” della Unité d’Habitation, ma siamo di fronte ad una brutta copia conforme di una cosa già di per sé non eccezionalmente bella (ma che comunque aveva al suo interno gli embrioni di eccezionali innovazioni, embrioni forse ancora oggi non sviluppati): peccato, poteva essere una grande occasione, ed invece siamo di fronte ad un’ennesima occasione mancata, se non proprio ad un “mostro architettonico”.

Ultima modifica Martedì 29 Marzo 2011 11:34

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