Il gruppo dei soci proprietari dell’albergo gironzolava nelle sale della “reception”, fremendo: aspettavano un architetto, che da Roma doveva arrivare alle ore 15, con “lo schizzo” di progetto per l’utilizzo di una area contigua all’albergo.
“Per facce vedè ‘no schizzo, guarda quanto ce fa aspettà” mugugnavano incazzati.
Il povero architetto arrivò trafelato alle cinque: smontò la macchina, e trasportò nella hall dell’albergo:
plastico con relativa bacheca di vetro;
pannelli con tutti i disegni: piante, prospetti e sezioni;
prospettive e assimilazioni al reale;
fotografie e proiezioni multimediali.
Tra gli astanti il malumore finì all’improvviso, ma la mia mente ebbe un click: “Collega, - gli dissi – guarda che qui tutta ‘sta roba la chiamavano “’no schizzetto”; che tu di giorno di ferragosto, invece che startene per i c.. tuoi, sei venuto a presentargli un progetto, non lo apprezza nessuno;
se sei arrivato in ritardo, non collegano il cervello che puoi pure aver trovato il traffico dei grandi spostamenti di esodi biblici, subendone tu lo stress;
loro nel frattempo se so’ strafogati tonnellate di caffè, ammazzacaffè, limoncelli, birre, tricche-trak;
stamme a sentì, con la storia dello “schizzo”, qua nun te vojono pagà”.
Morale: aborro quando mi chiedono: “architè, me faccia ‘no schizzetto”.
E’ l’occasione per ricordare alcuni aneddoti antichi.
Raffaello doveva dipingere la cupola di S. Eligio, sua creazione architettonica. Il papa gli chiese un preventivo, e sentita l’offerta del maestro, da buon papa chiese ed ottenne, con la forza del potere temporale, un forte sconto.
Raffaello stava dipingendo uno spicchio, il committente (il papa) faceva spesso sopralluoghi per controllare: e un giorno gli disse: “Ma ben altre cupole le hai disegnate molto meglio”.
E Raffaello: ”Come pagatzio, così pittatzio”.
A Picasso un suo ammiratore chiedeva insistentemente una sera di fargli su un foglio di carta del pane uno schizzo estemporaneo.
“nò, niò, niò, nò” si scherniva il maestro.
L’ammiratore insisteva: “Maestro, mi chieda qualunque cifra, ma mi faccia il primo disegno che Le viene in mente.
Picasso, messo alle corde, reagì: fece sul foglio una ampia linea curva, con la sua matita a carboncino, la firmò “Picasso”, e la tese al suo interlocutore. Questi prese il libretto assegni, e chiese: “Quanto Le devo...” “un miliardo” “ma ci ha messo cinque minuti…” protestò l’ammiratore, ormai ex.
“No,… una vita…, una vita”
Michelangelo stava completando il Mosè.
Il papa, come ogni committente sempre rompic…, chiudendo un occhio, commentò:
“quel naso ha qualcosa che non va, ne hai fatti di meglio”
(è l’atteggiamento sempre irriguardoso di chi vuole comunque denigrare l’operato altrui, anche se costui è un genio).
E Michelangelo: “Nessun problema”.
Michelangelo prese di nascosto una manciata di polvere di marmo, uno scalpello, un raschietto, e, fingendo di lavorare sul naso, faceva piano piano cadere un filo di polvere, per mimare un intervento reale, mentre invece ogni mossa era fittizia.
A finta operazione ultimata, il maestro chiese al suo committente:
“Adesso cosa ne pensa, Santità”
“Ora finalmente ci siamo”.
Ed infine un’ultima massima “cinese”, che è esposta presso un fornitore da cui mi servo:
“Se vuoi che ti servo come dici tu, mi devi pagare come dico io;
ma se vuoi pagare come dici tu, ti servo come dico io”.








