Sei qui  >  Dal pensiero al progetto  >  16 - ASSISTENTE DI URBANISTICA
Martedì 18 Maggio 2010 16:22

16 - ASSISTENTE DI URBANISTICA

Scritto da  Guido del Cornò
Valuta questo articolo
(0 voti)

spinaceto 1 16 - ASSISTENTE DI URBANISTICA

 

 

   Per tre anni, dal 1971 al 73, ho sviluppato seminari di Urbanistica come Assistente del prof. Gabriele Scimemi, direttore dell’Istituto di Urbanistica all’Università di Architettura di Roma. Mi piaceva molto perché era un modo sublimato per continuare a studiare: i corsi non erano delle lezioni di cattedra, ma uno stimolo alla progettazione per gli studenti. Il tema principale su cui imperniavo le riflessioni era quale fosse il punto di vista dove posizionarsi ed ideale per impostare la riqualificazione delle aree urbane, e principalmente di Roma.

   Riassumo i concetti base, su cui si basava il corso:
 A -  le ideologie di destra, ricche di riferimenti imperiali e monumentali, vedevano la città dal suo baricentro, il centro storico o comunque il centro degli “affari”, per qualificarne la centralità dove ha sede il potere e le classi dominanti; la destra economica usava le periferie ai soli fini della “Speculazione Edilizia”, termine ormai in disuso, ma fortemente radicato nella logica politica della Democrazia Cristiana (vedi quel bellissimo film con Gian Maria Volontè “Le mani sulla città”); società ed Imprenditori d’assalto, quasi  sempre a mezzo di prestanomi, legati al potere politico,  in collusione con le forze al potere, acquistavano ingenti terreni agricoli (con una agricoltura allora in disarmo e disuso, vista la fuga dalle campagne di quel periodo) o aree adibite a discariche urbane; il tutto  a basso prezzo, all’esterno delle città: un po’ lontano, in quanto così costavano di meno; l’Ente Pubblico subito dopo assicurava  la creazione di strade e servizi, Urbanizzazioni primarie e secondarie, a riempimento e saturazione strutturale delle aree intermedie; in tal modo lievitava la urbanizzabilità delle aree  private, e quindi il loro valore, a spese della collettività, grandi spese proprio per la lontananza delle aree in oggetto;

   le società private, a quel punto, visto aumentare enormemente il valore dei loro terreni, costruivano le Milano 2, i complessi Magliana Nuova a Roma, con tonnellate di cemento armato permessi loro da revisioni compiacenti dei Piani Regolatori, che trasformavano terreni agricoli in terreni fabbricabili; nascevano così orrendi quartieri, parti di città dormitorio, ove era difficile dormire, anzi, dove bisognava stare in campana; e pullulavano i “palazzinari”, di destra e di sinistra che fossero, i Genghini ed i Marchini (quelli di sinistra); i Lodigiani (poi trasformatosi in ditta orientata alla costruzione di infrastrutture), i Lamaro, i Caltagirone, i Mezzaroma, gli Armellini, i Berlusconi;

  tutti poi regolarmente falliti, con fallimenti di comodo per mascherare ingenti guadagni e per esulare le tasse, per poi riciclarsi sotto altro nome o sigla in altre operazioni edilizie; anche coadiuvati da società immobiliari intermediarie di vendita, che pullulavano come funghi, per poi scomparire miseramente o fallire anch’esse (ricordiamo l’effimero exploit della MMT, Marino Merlo Tindaro);
  tutti regolarmente falliti, tutti tranne Berlusconi ed il suo gruppo; ed altre società colluse con criminalità  organizzata, la Banda della Magliana, Mafia e Camorra, riciclo di denaro sporco di Tangentopoli, il grande potere economico e politico creato dal quel monopolio di poteri forti concentrati in DC-PSI: società che potevano reggere in quanto sorrette finanziariamente da operazioni spesso illecite, se non criminali.
 
B - le ideologie di sinistra, radicate in un tessuto sociale proletario e periferico, vedevano la città dall’esterno, dalle sue periferie estreme, dalle borgate, dalle bidonvilles;
  era il periodo di Pasolini, dei “Ragazzi di strada”,  di “Accattone”, di “Mamma Roma”: dei film senza attori professionisti, realizzati con modeste forze finanziarie, che dimostravano fra l’altro quanto si possa donare all’Arte senza volti di grande grido, conseguendo il “successo” senza l’uso della “notorietà”; erano le aree abitate (si fa per dire) da quel ceto sociale che odiava il piccolo, medio, e grande borghese;
  la manodopera del lavoro precario e giornaliero, la meno qualificata, per i lavori più duri, giusta per le aree più degradate, senza fogne né strade, né servizi secondari, ma neanche quelli primari.
 
C - Ed in questi seminari lanciavo l’ipotesi di una terza via:
   la riqualificazione delle aree intermedie, dei quartieri popolari ma non degradati in maniera estrema; quartieri quali la Garbatella, nata da “garbate” iniziative di edilizia economica e popolare, in questo caso del ventennio, con ampi cortili condominiali su cui si affacciavano le zone nobili della abitazioni, i soggiorni, mentre sulle strade esterne si affacciavano in maniera non ovvia servizi e disimpegni (un gruppo di miei studenti sull’argomento fece un esame da “trenta e lode”);
  le iniziative allora in corso di Edilizia Economica e Popolare, all’interno della Legge 167, gli Spinacelo, i Tor de’ Cenci, i Torre Angela, che sono state delle enormi occasioni mancate dal punto di vista sociale e strutturale, ma che hanno creato degli orrendi contenitori di malavita e disperazione, ma che avrebbero potuto offrire quelle strutture e quei servizi consoni ad un habitat civile;
  grande occasione mancata anche sotto l’aspetto dell’industrializzazione dell’edilizia:
  erano investimenti per miliardi di metri cubi, di milioni di abitazioni, all’interno del sistema cooperativo, ove si poteva impostare una moderna mentalità progettuale, unitaria, flessibile e ripetibile, prefabbricabile e riproducibile; ed  “organica”, non nel senso meno interessante dei filoni di estetica architettonica del momento, ma dal punto di vista dell’”organismo” architettonico ed urbano quale entità viva e quindi in continua trasformazione;
   cioè, progettare secondo canoni che prevedano tra gli “input” progettuali fondamentali la continua “trasformabilità” degli organismi abitativi;
   sul tema ritornerò ancora, ma qui voglio mettere in evidenza un enorme flop causato dalla cecità della cultura architettonica e delle leggi (cecità di ieri e di oggi).
    Faccio un esempio di vita vissuta:
   nel 1979, allora a capo dell’Impresa Edilmen s.r.l., che avevo fondato, eseguii in appalto a Tor de’ Cenci un edificio su un terreno di proprietà della Cooperativa Tre Palme Verdi;
  erano nove soci, per nove appartamenti: nove è il numero minimo di soci per la costituzione di una cooperativa: il numero minimo quindi di “rottura di coglioni”, numero di facile gestibilità.
  Accanto a noi vi erano una infinità di piccole cooperative di nove soci, con il loro bravo progetto, con la loro brava Direzione Lavori, con la loro spettabile Impresa.
   Un progetto di migliaia di appartamenti, inserito in un programma urbanistico unitario, con un disegno urbano accattivante costruito su una traiettoria stradale in cerchio e poi in curva parabolica, veniva realizzato in tanti piccoli lotti, tanti quadratini; chi attestandosi più vicino al fronte stradale, chi a ridosso del confine retrostante; chi creando un piano “pilotì” con percorso pedonale a piano terra, che non aveva alcuna continuità con il vicino, con percorsi quindi che non portavano da nessuna parte; chi coprendola a tetto con tegole, chi con terrazze per stendere i panni; ognuno però con la sua brava antenna centralizzata per nove utenti (o forse le centralizzate non esistevano ancora?); ognuno però con il suo garage sotterraneo per nove macchine, o qualcuna in più per chi ne possiede due o tre, lasciando questi spazi non proteggibili dal punto di vista della sicurezza, con custodi o altro, in quanto troppo piccoli; quando invece si potevano prevedere ampie autorimesse con chiusure automatiche, con custodi la cui spesa si poteva ripartire su innumerevoli utenti, con impianti sofisticati anti-incendio, anti-rapina, con video-sorveglianza (e questo già allora esisteva); chi colorando di rosso la sua facciata, perché il suo architetto era comunista, chi di grigio perché …
    E qui arriva il paradosso, il finale incredibile:
 
   sono tornato a Tor de’ Cenci dopo tanti anni: l’avevo lasciata in costruzione, non finita, tutta un cantiere:
  l’ho ritrovata completata, ma non ho riconosciuto il palazzo alla cui realizzazione avevo partecipato:
   la strada in curva si confondeva nella linea spezzettata e discontinua di tanti segmenti di prospetto;
   i prospetti, tutti disuguali e non omogenei, facevano individuare le singole unità, in un organismo urbano che non era stato pensato per quelle singole unità;
  la mano (o meglio, i piedi) degli architetti emergeva imperiosa in un fantasmagorico puzzle;
   lo skyline a casaccio coronava in maniera disordinata la rigida geometria della curva urbana;
  le rifiniture ed i colori, tutti diseguali, completavano come un triste Arlecchino la periferia romana.
 
   Ripeto, non ho riconosciuto il palazzo!!!

Ultima modifica Lunedì 18 Aprile 2011 14:27

Articoli collegati (da tag)

Continua in questa categoria: « 15 - LO SCHIZZO 17 - VIENNA SUD »

Leave a comment

I campi indicati con (*) sono obbligatori. Codice HTML abilitato

Menu Principale

Quadri

Ultimi articoli

Visite e statistiche

mod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_countermod_vvisit_counter
mod_vvisit_counterOggi44
mod_vvisit_counterIeri361
mod_vvisit_counterQuesta settimana44
mod_vvisit_counterUltima settimana2602
mod_vvisit_counterQuesto mese8402
mod_vvisit_counterUltimo mese26512
mod_vvisit_counterStorico677676

Contatti

Guido Del Cornò
guido@crocedilizia.com

Amministrazione