Nacquero i seminari con gruppi di lavoro, che portavano all'esame di gruppo: l'esperienza e le qualità di più studenti portavano a lavori di più alta qualità e definizione, oltre che ad una maggiore quantità di materiale elaborato.
(Mi si accappona la pelle quando sento dire: "tanto voi facevate gli esami di gruppo..." come per dire: "La laurea l'avete avuta con i punti Mira Lanza ..."
Anzi mi ricorda la ragazza ciancicatrice di gomma americana nel film di Verdone Un sacco Bello quando dice: "Vole sapè se famo l'ammucchiata").
Nacquero i corsi autogestiti, durante i quali gli studenti diventavano protagonisti e docenti: tenevamo noi le lezioni, a turno, secondo calendario e regole predeterminate.
In una lezione nell'Aula 2, durante le ore di storia del professore Bruno Zevi (nella foto), ero di turno per sostenere una lezione.
Il mio solito click nel cervello mi portò ad esporre a modo mio un'opera del professore stesso, una delle sue poche realizzazioni (in quanto grande critico ed esperto di Arte e di Architettura, ma non progettista): una palazzina in viale Bruno Buozzi.
Ero fresco di studi di “geometria descrittiva”, ed avevo seguito un corso di perfezionamento in “geometria proiettiva” tenuto dall'assistente arch. Capo: una vera paranoia sublime di tecnica matematica.
Cominciai a dimostrare alla lavagna, con le proiezioni prospettiche, che la facciata della palazzina conteneva un errore concettuale, in quanto il tentativo di raccordare otticamente al suo interno la leggera curva del viale era solo teorico, in quanto si sarebbe potuto notare soltanto ad una distanza che la dimensione della strada non permetteva.
Un Assistente tentava di interrompermi, ma il sottile plauso della platea mi incitava a continuare: Zevi, grande, intimava al suo Assistente di tacere, di lasciarmi parlare.
Alla fine si alzò, e, con altrettanta maestria, dimostrò geometricamente l'esatto contrario (sua sorella, Maria mi pare di ricordare, era professoressa di matematica di buon livello): l'applauso finale fu scrosciante.
Ricordo una lezione di Zevi in Aula Magna su Alvar Aalto, maestro dell'Architettura contemporanea (vedi la foto di una sua opera: Aalto-Theater): sullo schermo apparve la diapositiva di una maniglia da Lui progettata.
Fu il "La" per un momento di grande oratoria, di una personalità completamente presa da “sturbo”:
"una maniglia, ripeto, una maniglia: se voi andate dal ferramenta, e chiedete una maniglia, tutto vi danno meno che una maniglia: forse un pezzo di ferro, forse un oggetto di plastica, forse un elemento pornografico, ma una maniglia no, non te la danno".








