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Sabato 29 Maggio 2010 15:56

50 - COLPI BASSI IN VIA UGO BASSI

Scritto da  Guido del Cornò
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50 - COLPI BASSI IN VIA UGO BASSI

 

  Forse il presente capitolo potrebbe stare sia in una rubrica di “Architettura dello sport”, sia in una altrettanto accattivante mirante al “recupero dei grandi del passato”.

 

  Era l’anno 1985. Su commissione di una società di fatto tra il roprietario delle mura ed i due gestori di quella che sarebbe diventata una Palestra, dovevo allestire in uno scantinato nelle immediate vicinanze di Piazza Ippolito Nievo (via Ugo Bassi) una Palestra di kick-boxing.

  I due gestori erano niente dimeno che due leggende di questo sport:

  Daniele Malori, allora vice-Campione Europeo dei pesi medi, e Giorgio Perreca, allora Campione del Mondo pesi welter (superleggeri) uscente di questa disciplina, altrimenti chiamata Full-contact.

   Quando conobbi Perreca, aveva il vezzo (se non il vizio) di soffiare verso l’alto sul ciuffo di capelli che gli cadevano sugli occhi. Era estremamente leggero ma tosto: e quindi con il mio solito fare provocatorio, forte dei miei ottanta chili,  ma naturalmente scherzando, gli dissi: “dici che sei forte, ma se ti prendo, io ti sdrumo”. “Non lo fare, mi disse; tra me e te c’è una grande differenza: se tu mi colpisci, e mi fai male, io divento una bestia, e reagisco violentemente. Se ti colpisco io, e ti farei male veramente, tu non potresti reagire”.

  E Malori intervenne in questa bagarre: “io invece non reagirei, non potrei, perché ti avrei sulla coscienza”.

  E ora passiamo ai lavori di ristrutturazione del grande scantinato.

  Le volte e gli archi di fondazione del palazzo erano stati nel tempo malamente intonacati, coprendo la bellezza dei mattoni a faccia vista.

  Le strutture vennero sabbiate e riportate a vergine, creando degli ambienti altamente suggestivi, da grotta. Sotto ogni volta venivano eseguite le discipline più disparate di riscaldamento, con tutte le attrezzature di Fitness e di preparazione alla boxe quali sacchi di tutti i tipi, fino ad arrivare all’ambiente più grande, dove fu allestito il ring quadrato, con i pali murati direttamente nel massetto a terra. Per le docce inventammo un sistema incredibile, affidandoci ad uno stratagemma. La società erogatrice dell’acqua (l’Acea) non voleva aprire una utenza per un ambiente ritenuto “non  abitabile”. Inoltre gli ambienti si dilungavano a labirinto nelle viscere del palazzo, per cui i bagni nel progetto erano dislocati nel profondo, lontani dalla strada ove eventualmente sarebbe potuta arrivare l’utenza. Il palazzo d’altronde aveva ancora i cassoni, e quindi non vi era acqua corrente. A questo punto l’idea: intercettammo il tubo di esubero del troppo pieno dei cassoni, che viaggiava in verticale lungo la facciata retro del cortile interno. L’acqua che sgorgava a caduta libera (soprattutto di notte) e che altrimenti va sempre perduta in questo tipo di impianti arcaici, venne da noi incanalata in un contenitore che fungeva anch’esso a sua volta da cassone: l’acqua destinata a perdersi veniva così recuperata. A fianco a questo silos fu posizionata la caldaia, con un grande boiler incorporato.  Poiché le docce erano comunque lontane, ed avendo posto in opera rubinetti a pulsante con comando a tempo regolati per dieci secondi (per avere il minimo di spreco), l’acqua non sarebbe mai sgorgata calda, in quanto i tubi sarebbero rimasti freddi. Per tale motivo fu creato un impianto di ritorno con andamento ciclico, a mezzo di una pompa di riciclo: l’acqua calda girava costantemente nelle tubazioni, mantenendole a temperatura costante, arrivando alle docce e ritornando nel boiler della caldaia a rotazione continua; una valvola di ritegno impediva all’acqua di tornare nel silos di accumulo. Altra intuizione geniale fu impiegata per l’impianto di estrazione e per l’impianto di ventilazione di aria calda o fredda. I tubi avrebbero fortemente deturpato le bellissime volte, ed inoltre l’altezza dei locali già ridotta ne avrebbe risentito. Scavando a terra, posizionammo in opera tubi rettangolari in polistirolo, protetti superiormente da una piccola calotta in cemento armato, che raggiungevano tutti i locali con bocchette di estrazione o di immissione a incasso a filo pavimento. In pratica eravamo di fronte ad un intervento  architettonico basato su un’impiantistica tutta rivolta al risparmio energetico, al recupero di risorse idriche destinate a perdersi, alla massima funzionalità tecnica ed estetica.

Ultima modifica Lunedì 28 Marzo 2011 17:33

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