Le vele di Scampìa, dalla tipica forma piramidale, sono costruzioni in grave degrado, tutt'oggi occupate prevalentemente in maniera abusiva, zona di spaccio e di Camorra. Edilizia economica e popolare in zona 167, le sette vele di Scampia (di cui tre distrutte nel frattempo a mezzo di "implosione" prodotta), progettate dall'architetto Franz Di Salvo e completate nell'82 (o meglio mai-completate, causa occupazioni abusive intervenute), facevano parte di un progetto abitativo di larghe vedute che prevedeva anche uno sviluppo della città di Napoli nella zona est, suburbio Ponticelli.

Al contrario di quanto poi realmente avvenuto, l'idea del progetto prevedeva cellule abitative dove centinaia di famiglie avrebbero potuto integrarsi e socializzare, grandi vie di scorrimento e aree verdi tra le varie vele: una vera e propria città modello.
Sulla carta infatti i progetti di queste aree si possono ritenere estremamente interessanti, se non addirittura rivoluzionari, con intenti da alcuni definiti quasi "utopici", ma invece estremamente attuali, anche se in seguito i progettisti nostrani non ne hanno perseguito le nobili indicazioni programmatiche. Come in molti casi simili l'intenzione del progettista era evidentemente quella di plasmare le forme della convivenza civile nelle forme delle strutture architettoniche: le Vele, in grado di ospitare centinaia di nuclei familiari, dovevano divenire veri e propri edifici-rione, favorendo l'integrazione tra gli abitanti. Attorno, la disposizione urbanistica era quella tipica del funzionalismo: grandi viali di scorrimento rapido che avrebbero consentito collegamenti veloci ed agevoli, le grandi torri abitative divise da parchi e giardini avrebbero permesso la divisione tra funzioni abitative, amministrative e commerciali: una città-modello, insomma; quasi il manifesto per una seconda "città ideale", rispetto a quelle utopie disegnate da Leon Battista Alberti, o quelle conservate nei musei di Berlino e Baltimora.

CITTA' IDEALE DI ALBERTI CITTA' IDEALE A BALTIMORA
Cuore dello spazio abitativo e tessuto connettivo sono i percorsi interni, costituiti da ballatoi aerei, (che ogni tanto si intravedono anche nelle scene del film, in quanto veicolo fattivo di quella socialità malata che è la criminalità organizzata, che ha invaso come un tumore i gangli portanti dell'organismo edilizio). Ma qualcosa non è andata secondo i piani se, nel giro di una decina d'anni, Scampìa è diventata tristemente famosa, sia a livello locale che nazionale. Varie sono le cause che hanno portato a quello che oggi viene definito un ghetto: in primis il terremoto del 1980, che portò molte famiglie, rimaste senza tetto, di diversa estrazione sociale o di diversa provenienza etnica, ad occupare più o meno abusivamente gli alloggi delle vele. Questo fece sì che varie furono le culture che si intrecciano e, come sempre succede in questi casi, a prevalere siano state forme di gravi illegalità, abusivismo, prevaricazione: un Bronx nostrano, appunto, anzi napoletano.
Si può ritenere che il degrado edilizio, oggetto di denuncia anche nel film, sia causato oltre che da gravi atti di vandalismo e da una inesistente manutenzione ordinaria, anche dal fatto che siamo di fronte ad una situazione di un organismo non-finito, mai completato, in quanto occupato abusivamente prima della fine del cantiere (e nel film si vedono gli impianti di acqua fatiscenti e allaganti, porte realizzate con pannellacci di qualsiasi natura senza cardini o serrature, etc.). A questo intreccio di eventi negativi non vi è stata alcuna risposta da parte dello Stato: il primo commissariato di Polizia fu insediato nel 1987, esattamente quindici anni dopo la consegna degli alloggi. La situazione ha allontanato sempre di più le persone "oneste" lasciando il campo libero alla delinquenza. Ecco che allora i giardini sono il luogo di raccolta degli spacciatori, i viali sono piste per corse clandestine, gli androni dei palazzi luogo di incontro di ladri e ricettatori. Ma quanto progettato, quanto impostato come manifesto per un programma di lavoro proiettato nel futuro, non era certo come da qualcuno ipotizzato una sterile utopia, e tanto meno uno dei tanti prototipi eco-mostri realizzati in quegli anni nell'ambito dell'edilizia economica e popolare, o in iniziative similari.
Cominciamo da questi ultimi, rinviando ad un prossimo capitolo il primo tema accennato, cioè l'eccezionale inserimento del progetto di Scampia in una realtà in sintonia con i suoi tempi, ed ancora attuale per i nostri giorni: in contemporanea con Scampia, a Roma veniva realizzato un ampio programma di edilizia economica e popolare, di cui abbiamo accennato nel Cap. 37, veri mostri architettonici, quali il Serpentone di Corviale, di Spinaceto, Tor de' Cenci, il famigerato Laurentino 38 (il più degradato sia dal punto di vista edile che da quello sociale, avvicinandosi molto alla cruda realtà di Scampia, anch'esso recentemente oggetto come Scampia di demolizioni “decentizzanti”).
A queste si affiancano delle iniziative similari, quali il Villaggio Olimpico, (poi anch'esso passato, attraverso l'INCIS, come programma di edilizia popolare), ennesima occasione mancata, ed assente di un programma, che invece è presente in Scampia.

38 – 10 / 100 / 1000 SKAMPIE: DALL'UTOPIA ALL'ENTROPIA











