Terminate agli inizi del 73 le progettazioni esecutive delle prime quattro isole, partì il cantiere; i rustici delle case crescevano come funghi sotto i miei occhi: ed io, a ventisei anni, non credevo ai miei occhi.
Subito dopo nella foto, oltre la fila di ville a schiera, si possono notare le ville quadrifamiliari, per le quali ricordo un aneddoto curioso. Il progetto articolava la pianta quadrata in maniera asimmetrica, per cui al centro, dall'alto, si vedeva una croce uncinata, in luogo di una normale x.
Vi è da aggiungere che la compagine sociale della Ditta Costruttrice, la soc. prati Grandi, era di matrice tedesca (la Interbau AG, di Paul Muller Franken), ed amministrata da un tedesco, dott. Ernest Nussbaum.
Il periodico OP, Agenzia di Stampa fondata da Carmine Pecorelli, uscì con un articolo al fulmicotone contro l'invasione di una banda di nazisti, che volevano in maniera criptica e con messaggi subliminali inneggiare al nazismo: senza sapere che il progetto era redatto e firmato da me, notoriamente su chiare posizioni politiche antifasciste e di sinistra.
Terminato l'assetto strutturale delle prime 200 unità, vedevo il progetto come realizzato, lo ritenevo una mia pupilla. E poi iniziarono gli impiantisti!!! Elettricisti ed idraulici segnarono sui muri con le bombolette le tracce da effettuare, ed andarono via. E sotto i miei occhi allucinati, manovali energumeni, armati di mazzette e scalpelli, colpivano distruggendo quanto fino allora eseguito, creando una montagna di calcinacci, aprendo ferite in murature e tramezzi appena fatti, devastando l'opera altrui.
No, così non andava. All'epoca in altre branchie industriali gli impianti erano già tecnologicamente avanzati (esistevano già circuiti stampati, schemi di montaggio, schermature integrate, pannelli di controllo, automazioni, elettrovalvole, telecomandi); ma non ci riferiamo all'industria spaziale, o nella nascente informatica, che allora poteva apparire un'arte astrale al limite tra alchimia e paranormale; ma a tutto ciò che di biecamente industriale ci circonda: l'automobile, il complesso hi-fi, il semplice elettrodomestico; invece, in edilizia, no: esisteva il filtubo (oggi, con grande sforzo di ingegno, sostituito con il corrugato ed il cavo unipolare gommato), il rubinetto a manovella, i tubi di ferro destinati ad arrugginire.
Cominciai a frequentare il cantiere ed era un periodo pieno di ideali operaisti, di democrazia dal basso, di potere ai lavoratori.
Mi cominciai a sorprendere su incredibili “diversità antropologiche” della classe operaia.
Un giorno, a mezzogiorno meno cinque, stavo parlando con un carpentiere, che mi ascoltava appoggiato alla sua pala; era senza orologio.
All’improvviso, mentre parlavo, fa cadere a terra la pala, e, con precisione cronometrica allo scadere delle ore dodici, senza profferire parola se ne va girandomi le spalle, lasciandomi in asso come un deficiente: era scoccata la fatidica “ora di pranzo”, e vistosamente andava ad esercitare i suoi diritti: lui il cronometro ce l’aveva nel cervello.
Cito aneddoti simpatici, di vita vissuta.
Parlando in cantiere di un metodo di lavoro, l’operaio ribadiva di rimando alla tesi sostenuta dall’architetto: “e no… questa è la prassa!!!”
In altra occasione l’architetto rimproverava un operaio per un errore commesso: “e no, architè… nun me pò amputà pure questo”.
Un altro operaio, che voleva apparire più evoluto, in risposta ad argomentazioni circa una migliore funzionalità di una lavorazione eseguita con un metodo diverso, se ne usciva: “Sì architè… e la stetica?”.
Ed ancora un altro aneddoto:“Tu dove abiti?” chiede l’architetto
“al Nomentano, e lei?”
“no, io abito agli antipodi”
“architè… e ndo’ stà sto quartiere?”
Cominciai a pensare, pur rimanendo ideologicamente operaista convinto, che non era ancora il tempo per il “potere operaio”: e che ci volevano ancora anni luce nell’evoluzione della specie.










